Curriculum vitae, studiorum et animae
I miei primi quarant'anni (ma l'ha già detto qualcuno...?!)

Ho visto la luce (rectius: le lampade della sala operatoria dell'ospedale di Merano) alle 16 e 30 del 15 settembre 1959. Sono stata molto coccolata a Merano, a Bassano, e a Pordenone, finché, a Rovereto, tre anni dopo ho dovuto dividere l'abbraccio caldo della mia mamma con un piccolo esserino urlante di nome Eleonora, che mi è stato presentato come "Tuasorella". La presenza di Tuasorella mi ha destabilizzato non poco, in bilico, com'ero, tra un sano desiderio di sopprimerla fisicamente e il senso di protezione inculcatomi dalla nostra comune genitrice. Col passare degli anni ho capito che gli altri non possono essere eliminati, e così ha nettamente predominato la tendenza a occuparmi e preoccuparmi sempre di tutto e di tutti. L'infanzia è trascorsa in un ambiente sereno e io ero felice, sospesa tra una madre dolcissima, coccola e comprensiva e un padre molto colto, intelligente e a suo modo assolutamente controcorrente (secondo il classico modello secondo cui l'affetto è di provenienza materna e la cultura, invece, paterna: ma oltre al greco e alla fisica mio padre ci ha insegnato che per diventare amiche di un bimbo maschio bisognava fare a cazzotti con lui ...) Ad ogni modo passavo per essere una bambina molto sensibile, intelligente, affidabile pur se con molte velleità di indipendenza, e un po' spaccaballe nel voler avere sempre "tutto sotto controllo". La cosa più importante per me era comunque l'accettazione da parte degli altri, in qualsiasi relazione e all'interno di qualsiasi rapporto. Con l'adolescenza si scatenarono terremoti e uragani. Prima vi furono il gruppo parrocchiale e i Focolarini. La forte tensione che sentivo dentro di me nei confronti dell'esterno (la ingiustizie e le contraddizioni di quel mondo adulto nel quale stavo per entrare, la voglia di amore che mi sembrava sempre inascoltata ... ) sembravano trovare risposta all'interno di organizzazioni proiettate anche molto nel sociale. Dopo cominciò l'impegno politico (Trento, metà anni '70: avete presente?!): collettivi, assemblee, "Radio Trento Alternativa" (che peraltro non irradiava oltre i confini del rione ...), cortei, gruppi femministi (ma qui con un po' di riserve perché mi apparivano troppo settari: ero giovane, ottimista e piena di belle speranze, sempre innamorata ... certe cose proprio non ero in grado di capirle ...) Certo, per il greco e il latino proprio non avevo tempo: volevo, dovevo vivere, era questa la cosa più importante. Non la pensavano così i miei prof. E poi ... ero diventata una "ribelle". I genitori erano diventati ostacoli alla mia voglia di fare, di essere (diversa da loro). A scuola rompevo le balle come solo un diciassettenne/ diciottenne sa fare (cioè in modo idiota!). In ogni situazione ero sempre in prima fila, ambivo, tanto per capirci, a portare sempre (anche metaforicamente) lo striscione del corteo. Qualche avvertimento (credo di essere stato l'unico caso nella storia dei licei repubblicani ad aver beccato a settembre anche l'esame di storia dell'arte ...) ma finalmente arriva la maturità: grande momento! Significava uscire di casa, andare all'università, diventare finalmente grandi! E invece: trombata! Mi danno la notizia, dico la mia prima bestemmia in pubblico e piango circa 2 minuti e mezzo (sentivo che le circostanze lo richiedevano: in questi casi gli altri si aspettano sempre reazioni forti...); rifiuto la proposta dei miei (ancora una volta eccezionali) che mi prospettano di ripetere l'anno a Merano presso la zia, torno tra quelle mura (che puzzavano del conservatorismo più bieco), rompo subito i coglioni ai prof. il primo giorno di scuola (che da quel momento mi hanno finalmente lasciato stare ...), però provo anche a studiare ... e scopro che non è poi tanto male ...

Adolescenza significa anche scoperta del scesscio (leggasi: sesso)

Avevo poche idee ma confuse:
a) guarda che io non te la do (sono giovane)
b) se te la do è solo perché ti amo (sono seria)
c) se la do a te, hai l'esclusiva (sono scema)

Stavo cominciando a chiedermi se l'intera questione non andasse presa un po' più sportivamente, quando i miei ormoni entrarono in una fibrillazione assolutamente mai provata: avevo conosciuto lui, l'uomo dei miei primi quarant'anni (o, meglio: degli ultimi ventidue). Da allora è stato un meraviglioso cammino insieme, che, nonostante tutto, non si è ancora concluso. Ma questa è la classica "un'altra storia". Guido studiava a Ferrara, e per me (conseguita nel frattempo la tanto sospirata "maturità") fu del tutto ovvio iscrivermi lì a Giurisprudenza. Gli anni dell'università furono meravigliosi: con uno splendido gruppo di amici ben affiatati ho condiviso non solo lo studio, ma soprattutto tante risate, chiacchierate, cinema, teatro, gite al mare ... Siccome ero felice, sparavo gli esami come una mitragliatrice e prendevo ottimi voti (anche grazie all'insegnamento di mio padre, che oltre al greco, alla fisica ecc. mi aveva insegnato che quando avevo paura del prof. dovevo immaginarmelo in mutande... J).

Il 1984 fu un anno molto importante:
1. il 23 aprile si sposò Tuasorella (lo ricordo perché fu l'ultima volta che andai in discoteca)
2. l'11 luglio mi laureai con 110 e lode (lo ricordo perché non andai in discoteca)
3. il 28 luglio partii per la Germania con una borsa di studio (lo ricordo perché lì non c'erano discoteche).

La "borsa di studio" divennero quattro. Ero felice e orgogliosa: tiravo la cinghia alla grande, ma riuscivo a farcela da sola anche economicamente. Nel 1987 vinsi un dottorato di ricerca a Ferrara e cominciai a capire che probabilmente non avrei mai fatto il magistrato. Infatti: dopo il dottorato ci fu un concorso come tecnico laureato e dopo alcuni anni (nel '92) vinsi il concorso per ricercatore. Ricercavo, studiavo, pensavo, scrivevo e mi piaceva. Ne sono usciti alcuni lavori complicatissimi, citati, come si suol dire, "dalla migliore dottrina"  (si prega di declamare a voce alta"): quando, tempo dopo, ho provato a rileggerli non ci ho capito un cazzo! Siccome lo stipendio di un ricercatore, soprattutto all'inizio, è da fame, attingevo alle avare tasche di una casa editrice giuridica correggendo bozze, facendo traduzioni dal tedesco, coordinando le opere collettanee, ma anche organizzando convegni. Le  cose andavano bene, anche Giulio lavorava ormai da qualche anno (lui a Trento, però) e cominciammo ad accarezzare l'idea di avere un figlio. Non accarezzammo solo l'idea, e così il 7 marzo del 1992 nacque Federico. Parlare della rivoluzione copernicana nella vita di una donna e di una coppia quando arriva un bimbo è assolutamente banale. Così non ne parlo. Dico solo che, nonostante i casini, anche organizzativi, abbiamo voluto anche Ileana. La quale Ileana, effettivamente, ci ha combinato proprio un bel tiro! Qualche giorno dopo il suo battesimo (aveva quasi un anno di età) ha pensato bene di mandare un telegramma a quell'indirizzo che solo i bimbi conoscono, il cui tenore era pressappoco il seguente: "In occasione battesimo conosciuto parentela tutta: molto simpatici e generosi. Affrettati! Tua sorella Ileana". E così nove mesi dopo, alla vigilia di Natale, è nata - qui a casa - Angelica. Per evitare un secondo telegramma mi decisi di lì a poco ad adottare uno splendido pastore tedesco (e a prendere la pillola). La seconda metà degli anni '90 non ha significato solo figli. Avevo cominciato a interessarmi di New Age (in senso molto lato), avevo seguito i corsi di Rinaldo Lampis, i miei interessi andavano in modo sempre più forte verso letture di tipo "esoterico". In verità sempre più spesso mi scoprivo infelice, e soprattutto priva di quell'entusiasmo che mi aveva accompagnato per tutta la vita. Non capivo perché: mi sembrava di avere davvero tutto quello che si può chiedere alla vita: una famiglia splendida, un uomo che si era dimostrato un padre fantastico, un lavoro che avrebbe dovuto essere gratificante, una bella casa ... cosa era, allora, che non andava? Cominciai a innescare quei meccanismi relazionali che avevo aborrito da sempre: "senza di me il mondo non gira - ma come siete stronzi a far ricadere tutto su di me". Immaginavo che se avessi dovuto scrivere un testamento avrei spiegato dettagliatamente che i maglioncini di lana non sono nello stesso armadio delle calzine, che nel fare bucato bisogna separare i bianchi dai colorati e che se un po' di dentrificio cade nel lavandino è meglio pulire subito sennò diventa come il cemento ... Cominciai seriamente a chiedermi come mai stavo cadendo anch'io in quella mediocrità che avevo sempre disprezzato ... Il lavoro mi appariva sempre più arido e fine a se stesso, mentre con il compagno della mia vita i momenti di "comunicazione" delle anime erano sempre più rari. Vivevo come se l'anima fosse stata immersa nella nebbia. Avevo paura di confessare a me stessa che facevo un lavoro che non mi gratificava e che vivevo con un uomo che non amavo. Imputavo tutto questo alla "stanchezza" (si sa, tre bambini piccoli, dover essere sempre in giro tra Ferrara, Verona e Pergine, la sera si è spossati, ma bisogna fare la lavatrice e preparare i vestitini puliti per il giorno dopo ... v. sopra!). Cominciai a mettere in discussione il lavoro (mi trastullai per mesi, l'anno scorso, con un improbabile progetto di "cooperativa per il lavoro femminile"). Provai a cercare una nuova casa. Niente. Il resto è storia d'oggi. Una bella storia. La crisi di lui: me ne parla subito, appena raggiunge il livello della coscienza. Ha molto più coraggio di me, che il livello della coscienza lo avevo già raggiunto da un pezzo ma nascondevo la testa nella sabbia. La sua e la mia disperazione. Non capiamo come dobbiamo muoverci: abbiamo creduto troppo l'uno nell'altra per mandarci a cagare, per lasciare che il rancore abbia il sopravvento. Mi prendo qualche giorno per riflettere, per piangere lontano da casa. Vengo ad Alcatraz. Miracolo della comicoterapia! Non avrò risolto i miei problemi ma piango molto meno! Quando torno lui lascia la nave, io predispongo la scialuppa di salvataggio. Liberarsi dalle catene conficcate nell'anima è davvero doloroso, ma il premio è una grande libertà interiore. Prima sembrava una vita finita, adesso è una vita piena di opportunità. Però facciamo fatica. E' difficile togliersi di dosso l'abitudine alla presenza dell'altro/a. Lui torna. Riproviamo: ci sono i bimbi. In fondo ci amiamo, no?, ci amiamo persino nel momento in cui decidiamo "fine". Allora possiamo stare insieme, no? No. Non funziona. Ritornano a galla tutti i meccanismi perversi di una coppia che, sì, forse non si lancia i coltelli ma che non vede più l'intensità dei colori del tramonto e il miracolo della vita. Solo l'innamoramento per un'altro/a poteva mettere la parola fine, e così è stato. Adesso siamo felici. Si può essere profondamente felici anche in momenti molto dolorosi? Noi lo siamo. E' impossibile descrivere cosa proviamo quando siamo insieme, quando lui viene qui a "fare il papà"; sono momenti di un'intensità e profondità emotiva per i quali non ci sono parole. Le nostre anime vibrano insieme mentre assaporiamo sensazioni che credevamo perdute ... che bella la libertà di saper ascoltare e di sentirsi ascoltati, senza giudizi, senza critiche, senza l'emozione di farsi carico delle emozioni altrui, ma con l'emozione di condividere le emozioni altrui! Sono certamente un claun un po' scassato per far uscire frasi così retoriche e un po' ad effetto. Ma in tutto questo c'è anche un bel pizzico di follia ... che è poi il pane quotidiano dei claun... E io, da oggi, è di questo pane che voglio nutrirmi. CIAO!

P.S. Questo curriculum non è tutelato dalle leggi del copyright e appartiene al Partito dei claun. La riproduzione, anche parziale, con qualsiasi mezzo effettuata, non è vietata, purché compiuta secondo lo spirito che illumina Antonietta.

A proposito dei claun: mi sto dilettando a individuare il "decalogo del claun" (e qui claun - almeno per il momento! - vuole dire solo Maria Chiara)
1. Il claun sa ascoltare
2. Il claun si ciba anche di follia (oltre che della cucina di Angelica)
3. l'anima del claun è come un tazebao: tutti gli altri claun la possono leggere
4. il claun parla anche di amore cosmico: ma qui si incasina un po'

E mi fermo qui ... il resto arriverà! Vi abbraccio forte.

 

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